Manca solo il rating, poi anche la Chiesa sarà normalmente, formalmente aziendalizzata. Il fatto è che il bilancio varrà meno delle preghiere, ma non c’è santo che lo faccia quadrare miracolosamente. Così monsignor Mario Marchesi, vicario generale del vescovo, ha bevuto l’amaro calice e ora lo passa ai sacerdoti e ai consigli pastorali della diocesi di Cremona. Le collette obbligatorie delle parrocchie a favore non direttamente delle parrocchie stesse, ma della diocesi, della Chiesa italiana e di quella universale vanno fatte, anzi sono d’obbligo. I bilanci vanno consegnati entro il 30 aprile. E’ l’aziendalizzazione della Chiesa, delle parrocchie. Le offerte sono entrate, fanno bilancio, si gestiscono aziendalmente.
Non è il caso di criticare mons. Marchesi, è ovvio. Sono tempi amarissimi e fa impressione leggere di queste decisioni della Chiesa cremonese, che di fatto dà un esempio di civiltà tramite la Caritas e molte attività di grande valore umano, etico e civile. C’è qualcosa che non funziona nel sistema economico in cui viviamo e soffriamo, se anche la curia cremonese si mette, per forza, non certo per proprio stile, a pressare le parrocchie per far tornare i conti. La Chiesa, che aiuta tanti, è costretta ad aiutare se stessa. Non è un bel segnale. Ma inevitabilmente la lettera di mons. Marchesi si traduce in un appello a tutte le persone di buona volontà.
Le offerte vanno versate per opere che non si faranno nel proprio paese. La nota del vicario del vescovo riguarda la “mutua relazione economica tra parrocchie, diocesi, Chiesa italiana e universale” e consiste in un più rapido e intenso lavoro di rete nella circolazione dei fondi fra parrocchie, curie, Santa Sede e insomma globo terracqueo, ovunque ci sia necessità di sostenere con la pecunia l’impegno della Chiesa. Le parrocchie perdono un po’ di autonomia e vengono responsabilizzate, la chiesa diventa sistema. Lo fa capire una lettera del vicario generale appena spedita a tutte le parrocchie.
Le offerte sono preziose, come lasciti e donazioni. Mons. Mario Marchesi è chiaro: “Le nostre “ricchezze” – scive il vicario nel comunicato pubblicato sul sito della diocesi – sono costituite dal volontariato, dal tempo a disposizione, dalla nostra fantasia nel ricerca dei fondi, dalle offerte dirette dei fedeli, da eredità e legati, da donazioni, da una parte del cosiddetto “montante” dell’otto per mille delle tasse IRPEF, che i cittadini versano allo Stato con la libera indicazione circa la sua ridistribuzione».
Scatta così la norma della perequazione ecclesiastica. Insomma anche i parroci hanno la loro Frau Merkel, ma non è colpa di monsignor Marchesi. La diocesi, va detto, non ce la fa più. Le parrocchie devono aprire il proprio cuore, oltre che il portafoglio. Nella sintesi presentata dal sito diocesano non scampo. Una sorta di agenzia delle entrate curiali entra in azione. A fin di bene, va detto. La Chiesa è di tutti, anche dei non cattolici.
Dunque “le parrocchie devono dare il proprio contributo attraverso il versamento del 2% delle entrate ordinarie e l’1% di quelle straordinarie. Secondo quanto stabilito dalla Conferenza episcopale lombarda, le parrocchie, in caso di alienazione o permuta di beni con conguaglio, devono corrispondere un contributo del 15% o del 20% a seconda del valore del bene. In caso di acquisizioni a titolo di liberalità (donazioni, eredità e legati) il contributo deve essere del 5%, del 15% o del 20% sempre in base al valore dei beni”.
Poi la lettera di mons. Marchesi fa notare che ci sono tre collette diocesane obbligatorie, per il seminario, l’avvento di fraternità e la quaresima di carità, ma anche le collette obbligatorie della chiesa italiana a favore dell’università Cattolica e dei Migranti, e ci sono anche le collette obbligatorie della chiesa universale, per la carità del Papa, per le missioni e per le opere in Terra Santa.


Stranamente la stampa “ufficiale” non dà notizie in proposito. Come vengono amministrate le parrocchie? Qual è il Pil di Dio? La diocesi ha ragione: ci vuole più trasparenza, anche se alla fine tutto risulterà correttissimo.